29 agosto 2017

Incontri ravvicinati di vario tipo. Sì.

Quando si possiede una casa propria (beh, propria è dir troppo, diciamo un rifugio per la notte) arriva quel momento della serata in cui, beh, ci si deve tornare. Per me, tendenzialmente, questo accade in un periodo compreso fra le 23 e le 23.30.
Se avviene prima è perché esco con le mie amiche che, ugualmente vecchie come me, temono lo squillare a vuoto della sveglia mattutina del giorno dopo - mentre noi invano cerchiamo di ricordarci le reali implicazioni della parola 'vita'.
Se avviene in ritardo è perché il giorno successivo non è lavorativo, oppure perché sono deficiente e non ho guardato l'orologio. Nell'ultimo caso ben mi sta.

Comunque. L'obiettivo di questo post è quello di informare chiunque lo legga (siete arrivati fino a qui? Bravi!) che a quell'ora si fanno incontri ravvicinati di vario tipo. Ma tanti, eh. Questi, ad esempio:

1. La famiglia indiana di ritorno dalla festa in centro in occasione del XYZ (celebrazione che cambia a seconda del mese). Di solito un marito che cammina molto più avanti, i due figli nel mezzo e una moglie che, approfittando dell'oscurità, si alza l'orlo del fantastico vestito dai riflessi dorati - che vorrei mi stesse bene almeno un quinto di quanto dona a lei, sempre - e si raddrizza le mutande.
2. Padroni di cani che non si fidano a portare a passeggio i propri animali quando è più probabile incontrare molti umani. Cioè di giorno, come fanno tutti. Di solito si tratta di Dobermann, Alani Arlecchino, Mastini dei Baskerville, Cerberi a tre teste, Tirannosaurus Rex.
3. Ubriachi/e. Persone che dondolano ignare sul ciglio della strada senza curarsi delle auto che - tanto è tardi, non c'è nessuno - sfrecciano a 80 km all'ora. Se si tentasse di aiutarle, alcune risponderebbero che abitano , indicando il nulla. Che non c'è da preoccuparsi. Solo non vedono la loro macchina, ma ci penseranno domattina. Altre invece non risponderebbero, perché sono troppo intente a vomitare. Il suggerimento è quello di tenersi alla larga comunque vada.
4. Gli stronzi. Sono quei sopracitati automobilisti che sfrecciano a 80 km orari e che, vedendo una ragazza inerme, si avvicinano pericolosamente al marciapiede per poi piantare una strombazzata infernale nelle sue orecchie e ridere da soli. Stronzi, appunto.
5. Ciclisti. Ci sono sempre, loro. Pedalano rapidi - tanto è tardi, non c'è nessuno -. Poi ti vedono. Fingono una scampanellata. Frenano rumorosamente e ti circumnavigano che nemmeno Ferdinando Magellano. Simpatici, sì. Stronzi, pure loro.
6. Persone senza animali che, accesa una torcia elettrica nelle mani, si avviano lungo la strada che dà nei campi. Bravi, coraggiosi, di certo amanti della natura -  per carità! - però ditemi anche voi che andare così incontro all'omicidio di propria spontanea volontà è da rincoglioniti. O no?
7. Il vicino di casa che rientra ogni singola sera nel tuo stesso momento. I casi sono due: o va fatto un pensierino di una papabile convivenza, oppure ci si dovrà recare in tribunale per discutere della denuncia di stalking.

E questo è quanto. Per ora.
Credo ad ogni modo che avrò la possibilità di raccogliere nuovi campioni e monitorare la situazione notturna della mia via per molto molto molto molto molto tempo ancora. Sì.
Stay tuned.

Ma soprattutto stayin' alive.
Ciao.

17 luglio 2017

Il doppio fondo della contestazione.

Sei muschio bianco sul collo,
la ferita sanguinante
che non mi farò cadendo,
rimanendo a camminare
su scarpe rovinate dalla mia
incrollabile
fede pedonale.

Sei il nero del caffè al mattino,
novanta centesimi
in centro
a marzo [deve esistere per forza],
quello che esci in piazza felice e ti dici
quant'è bello
il sole sui sanpietrini è bello.

E sei infine lenzuola pelose di notte
calda
e nascosta all'estate [che fa paura],
di code scattanti
nel parco dietro casa - non fa rumore la vita -
e la libertà
a tratti

dilaga.




19 giugno 2017

Elenco di quindici #10

Aggiornamento di questo post QUI. Ribadisco. Stai con un musicista se:

1. "Suoniamo alle 21, quindi partiamo alle 15". We love soundcheck. Anche no.
2. "Suoniamo alle 21, quindi saremo a casa per le 3 stanotte". We love anche i ritardi che fanno figo e aspettare tutte le band che suoneranno successivamente. Perchè siamo una grande famiglia.
3. "Tu prendi il borsone dei vestiti". Sì, quello con la maglietta nera col logo figo, la maglietta chiara che se fa caldo non si sa mai, la camicia che se si alza l'arietta poi sto male, la felpina leggera che metti che diventa nuvoloso, la felpa pesantina che va bene che è estate ma siamo in collina/semimontagna, i calzini doppi no che sono già infilati nel cruscotto e..ah! Le solette di ricambio che mi puzzano i piedi.
4. "Si sentiva la fisa? E la tastiera? E la voce nei cori?". Tutto questo dopo che durante il concerto lui ti fa cenni segreti che manco il miglior giocatore di briscola in coppia.
5. "Tu suoni nel gruppo?". No. "Ah canti?". No, sono la ragazza del... "Aaaah, sei la GROUPIE!". Mi stai dando della pu-..va beh. Quello che vuoi.
6. "Facci un po' di foto, mi raccomando". Fa niente se il mio Lumia fa foto sgranate e sfuocate anche se mentre clicchi fai un respiro troppo sentito.
7. "Ho pubblicato la foto del concerto, hai visto?". Ho visto. Vedo tutto. Anche tutti i "mi piace" delle zoccole, cosa credi?
8. "C'era uno che mi ha chiesto se mi andasse di suonare con lui". Sicuro. Di notte. Tra le 3 (visto che si torna a quell'ora - vedi punto 2.) e le 4.
9. "Sai quell'impegno che abbiamo fissato da un anno e mezzo? Non ci sono. Ho un concerto".
10. "Ah, fai gli anni proprio il 24? E non puoi spostarlo di un giorno che il 24 suono?".
11. "Cosa dicono le tue amiche che sono venute a sentirmi suonare? Sono piaciuto?". È chiaro che sei piaciuto, altrimenti non sarebbero nella mia cerchia di amicizie. Ma con non troppo entusiasmo, perchè non ho amiche troie, IO.
12. "Senti questo punto dell'arrangiamento in questa canzone. È un genio. Cambia tutto". Captare segnali alieni, ci stai riuscendo. Io meno.
13. "Tranquilla, ci sono anche le fidanzate di tutti gli altri". Non ci sono, mai. Perchè sono più furbe di te.
14. "È un musicista particolare. In pratica sperimenta dei nuovi suoni pur rimanendo sul classico. Ti piacerà". Farà cagare.
15. "Buongiorno amore, ben svegliata. Stasera suoniamo alle 21, ma prima del concerto facciamo le prove, quindi partiamo tra cinque minuti".

Bello de zia.

17 giugno 2017

Learnings #15

1. Sono arrabbiata, triste e stanca.
2. In estate fa caldo. Non basta la doccia. Fa sempre caldo.
3. Quella che va avanti sono io. Non devo dubitarlo mai.
4. Non devo sentirmi in colpa perché sono capace di sognare.
5. La ruota gira.
6. Non sono abbastanza, mai. Forse anzichè combattere contro questa sensazione, sarebbe il caso per una buona volta di accettarla. Farla accomodare sul divano con me, tipo.
7. Non devo mettermi davanti al ventilatore.
8. Anzichè accettare l'aumento di affitto da settembre, forse sarebbe meglio trovare un posto tutto mio. Meno arancione, ad esempio.
9. Se si marcia a lungo, poi i piedi ne risentono.
10. Marciare tanto, tuttavia, distrae il cuore.
11. Capelli rossi tutta la vita.
12. Sono diventata grande.
13. Bisogna sempre ascoltare quella vocina dentro che suggerisce empaticamente che le cose da dire non sono finite.
14. Le frasi ad effetto fanno effetto, sì, a caldo, ma gli uomini non capiscono mai un cazzo.
15. È necessario concludere l'elenco con un numero le cui cifre sommate diano 7, quindi ci salutiamo tra una riga. A tra poco.
16. Bravi, avete fatto la somma per essere sicuri? Io non dico mai bugie. Ciao.

I love caffè 
💚🐸

23 aprile 2017

Elenco di quindici #9

Le quindici cose che mi fanno incazzare di più:
1. Quando sono incazzata e non lo posso esprimere. Quegli episodi, per intenderci, correlati a pensieri del tipo "Peccato che non è più inverno e non indosso lo stivale col carroarmato sotto, perché mi piacerebbe sapere come starebbe bene la mia suola tatuata sulla tua fronte". Poi subentra il pacifismo, eh. Eh.
2. I ciclisti sul marciapiede (so che parlarne proprio in questi giorni..scusatemene).
3. La superficialità.
4. L'arroganza che subentra alla superficialità.
5. Le persone che mancano di rispetto all'altrui impegno.
6. La tinta labbra color lampone che nella frenesia delle 7.03 del mattino scappa da sola dalle mani e dipinge una luna sul lavandino bianco. Grazie, ora inizierò la giornata con un sorriso in più. Non il mio, quello del lavabo.
7. Le persone che dicono "Ah, queste scarpe nuove sono comodissime!". Solo i miei piedi si ribellano a una qualsivoglia calzatura riempiendosi di lividi fino all'altezza del polpaccio? Zio caro.
8. La cervicale che dona deliri allucinati e mal di testa post sbornia a chi non ha mai bevuto e fumato in quasi 29 anni di vita.
9. Fratellopaziente che riesce a dormire anche sotto i bombardamenti e poi io; io, che se alle 5.08 del mattino una particella di pulviscolo atmosferico passa troppo vicino al mio padiglione auricolare, mi sveglio. Per sempre.
10. HERE Drive+. Il navigatore Windows Phone. Fai cagare.
11. Windows Phone. Fai cagare. Mai più nella vita (che potrebbe essere un'altra idea di una lista di quindici).
12. Chi non fa il proprio lavoro con precisione e chiede agli altri di mettere una pezza. E in fretta, magari, che la relazione del paziente deve essere pronta fra un'oretta al massimo.
13. L'epistassi al cambio di stagione. Va bene una, vanno bene due, volendo anche tre, ma non sei volte al giorno, grazie.
14. Me stessa quando mi convinco che le vitamine facciano miracoli e invece, alla fine della confezione, mi sento più morta di prima.
15. I bambini che infilano due monete contemporaneamente nella macchinetta del caffè inceppandola e costringendomi all'astinenza di caffeina per tutto il resto della giornata. Vi odio.

Ciao.

25 marzo 2017

Tipo Fallout Shelter

Spesso il mio lavoro ha a che fare con la pulizia.
Pulisco suoni, parole, frasi e contenuti; li scrosto dai fraintendimenti, dalla rabbia di non riuscire a farsi comprendere, dalla frustrazione di sapere che chi sta davanti non coglierà un messaggio.
Passo uno straccio su quelli che potrei definire concetti impolverati: parole che da sole prendono una direzione non voluta, imprecisa o totalmente errata.
Passo la cera, ancora, su uno scritto o su una lettura poco efficaci, in modo che le sviste - se dovessero capitare - scivolino lontane e non imbruttiscano qualcosa di bello e prezioso e importante.

Ma pulisco anche mani, quando le vedo afferrare pennarelli, nere fino ai gomiti a causa dell'incuria di chi dovrebbe custodire e invece ignora vigliacco.
Pulisco mutande e gabinetti, perchè la paura a volte fa brutti scherzi e il mondo riesce ad assomigliare a un labirinto gigantesco, dove l'uscita non arriva mai.
Pulisco nasi che non soffiano e bocche arrossate che faticano a respirare.
Pulisco occhi che lacrimano per il freddo o per la tristezza.
E pulisco il mio cuore, quello che spesso piange e non lo dà a vedere.
Perchè è questo che mi accade: io non lo faccio vedere mai, quanto ci sto male.

Credo sia qualcosa che ha a che fare con l'orgoglio e con la profonda convinzione che non solo io ce la posso fare da sola (che sarebbe sano e giusto), ma che fare da sola sia in qualche modo virtuoso.
Non mi lamento e giustifico sempre, e mia madre - che sempre più spesso mi appare ragionevole e la cosa mi preoccupa non poco - pensa che sia ora che io la smetta.
E lo penso anche io, anche se pensare una cosa e quindi agire di conseguenza non vanno sempre poi così d'accordo.
Come me e mia madre, d'altro canto.

Vorrei passare un po' di tempo in un bunker antiatomico.
Tipo Fallout Shelter, ecco; ma senza necessità di ripopolamento.
No, non è vero. Vorrei sentire che, invece di appoggiare tentativi indipendentisti, qualcuno dicesse che no, cazzo. No.
Che le cose si fanno insieme, che occorre abbattere questa combriccola di Stati indipendenti e fondare un'Unione.
Che è così che si fanno le cose belle. Le cose giuste. Le cose più serene.

Va beh, buon weekend.


19 marzo 2017

Nulla resta.

Un cerotto,
un'asola senza bottone,
sperduto in un tombino - rotolato
come il tempo del pomeriggio -
e una bambina
a cercare mattonelle
che facessero un rumore
cadendo nel secchiello.
-
Un'isola felice:
la nonna, l'ombra
di una quercia nata
da una ghianda delle Colonie Padane
raccolta in mezzo ad altalene
e protetta da fuseaux troppo stretti.
L'aria sulla faccia, l'odore
della fabbrica di glicerina dove
anni dopo
avrebbe cambiato idea
sul suo futuro.
-
Sola:
un biglietto sul comodino,
l'altro sarà già partito
- politico non so -,
e di certo stropicciato.
Guarda come si alza
con le ginocchia fracassate;
guarda, perchè nulla resta mai a lungo
di lei
tranne gocce rosse (ora marroni).
-
Rosse,
ora marroni.


22 febbraio 2017

Non sono nuda.

Crediamo che entrare in contatto con gli altri ci autorizzi a trarre delle conclusioni più o meno palusibili riguardanti ciò che questi altri sono o pensano.

E se anche fosse? Cosa ci si potrebbe trovare di male in questo? 
Sbagliare dal  principio equivale a vedermi nuda.
No: vedermi nuda equivale a sbagliare dal principio.

Tu: ascolta. Ascoltami e basta.


21 gennaio 2017

Io ho paura.

Prima c'è stato il silenzio.
Se mi chiedessero cosa sia per me la morte, risponderei qualcosa di simile all'impossibilità di comunicazione, sia essa di qualsiasi tipo.
Quindi è chiaro che prima di tutto sia venuto il silenzio, a spaventarmi.

Il silenzio, ho imparato, relega in un cantuccio impermeabile, genera la creazione di habitat nei quali le orecchie ricevono stimoli ovattati, sia dall'esterno che dall'interno.
Si resta lì, nel tempo, convincendosi erroneamente di appartenere ad uno status quasi privilegiato, poichè apparentemente protetto. Nulla cambia, nulla increspa la superficie dell'acqua e la tempesta è lontana dal proprio orizzonte. Peccato ci si accorga troppo tardi che il livello della stessa acqua nella vasca - che non è decisamente un mare - salga lentamente sino a lambire il proprio mento, e che l'annegamento sia vicino, pericolosamente vicino.

Dopo il silenzio è arrivato il vuoto.
Quella è stata la sensazione, dopo tanta fatica, di aggrapparsi con forza al niente. Come l'erigere con sacrificio un'impalcatura di zucchero filato esposta alla pioggia, destinata a dissolversi in pochi istanti lasciando una pozzanghera dolceamara.
Ed è parso come se l'aver rotto quel silenzio fosse stato inutile, giusto un giochetto che, si sapeva, era bello poichè durava poco. 

Infine c'è stata la consapevolezza, unita ad un po' di rabbia.
Insomma: ho paura.
Sogno una quotidianità in cui non si proceda con il paraocchi e lo sguardo puntato ai numeri. Un presente in cui esista del tempo da dedicare al guardarsi in faccia e trovare il modo di condividere i desideri di tutti, senza paura delle conseguenze.
Sogno anche un mondo nel quale la morte non sia una vignetta di satira da sbattere sul primo quotidiano a tiratura internazionale, un mondo dove la gente che fino al giorno prima ha augurato l'annegamento di uomini sui barconi non finga di scandalizzarsi inutilmente.
Sogno una realtà in cui non sentirmi inutile, una voce sola in un oceano di silenzio tranquillo; vorrei trovare le forze e le modalità per realizzare tutti i progetti che mi passano per la mente, almeno quelli che ritengo buoni.

Vorrei che si ritornasse ad avere un po' più di rispetto, quello che una volta ci insegnavano a casa e a scuola e che risultava più importante della connessione WiFi e delle spunte blu sull'applicazione. 
Il rispetto per le persone, per il lavoro, per la libertà; perchè ciò che abbiamo o non abbiamo più è sempre il risultato dello sbattimento di qualcuno che ha creduto in ciò che stava facendo, ecco. Qualcuno che ha affrontato il silenzio e il vuoto.

E ha vinto.
A dispetto di tutto e tutti, sì.
Ce l'ha fatta.